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Questo articolo riguarda il libro fittizio citato nel romanzo. Per il il romanzo di Sanderson, vedi La Via dei Re

La Via dei Re è un libro scritto dal mitico Re Nohadon e ritenuto in passato, all'epoca dei Regni Argentei, uno dei capisaldi di filosofia politica. Tutti i sovrani e i governanti di Roshar erano soliti studiarlo anche quotidianamente[1].

Solo grazie agli sforzi dei Vanrial, il libro è riuscito a sopravvivere praticamente intatto agli sconvolgimenti della Ritrattazione e della Ierocrazia. Nonostante ciò, in tempi recenti, il testo è ritenuto al limite della blasfemia e gli unici estimatori tra gli alethi furono Gavilar Kholin e poi suo fratello Dalinar.

Struttura Modifica

Il libro riporta eventi della vita di Nohadon che durante la trattazione vengono interpretate come metafore per ricavare un insegnamento. In totale il libro conta quaranta episodi che sono riportati quindi come parabole.[2]

Passaggi conosciuti Modifica

  • Le emozioni di un uomo sono quello che lo definisce, e il controllo è il segno della vera forza. Non avere emozioni significa essere morti, ma agire in base a ognuna di esse vuol dire comportarsi come un bambino. [1]
  • Un monarca è controllo. Fornisce stabilità. È il suo servizio e il suo mestiere. Se non riesce a controllare sé stesso, allora come può controllare le vite degli uomini? Quale mercante che valga la sua Folgoluce non si separerebbe dalla stessa frutta che vende? [3]
  • Come non temo un bambino con un’arma che non riesce a sollevare, non temerò mai la mente di un uomo che non è capace di pensare. [4]
  • Una volta vidi un uomo magro portare una pietra più grossa della sua testa sulla schiena. Arrancava sotto il peso, a torso nudo sotto il sole, indossando solo un perizoma. Procedeva lungo una strada affollata. La gente gli faceva spazio. Non perché fosse solidale con lui, ma perché temeva il moto dei suoi passi. Non ci si mette in mezzo a una persona in tali condizioni. Il monarca è come quest'uomo, che arranca col peso di un regno sulle sue spalle. Molti gli cedono il passo, ma pochi sono disposti ad avvicinarsi e ad aiutarlo a trasportare la pietra. Non desiderano ritrovarsi assegnati a quel lavoro, per non condannarsi a una vita piena di pesi supplementari. Quel giorno lasciai la mia carrozza e presi la pietra, sollevandola per l'uomo. Credo che le mie guardie fossero imbarazzate. Una persona può ignorare un disgraziato a torso nudo che fa una fatica del genere, ma nessuno ignora un re che condivide il suo carico. Forse dovremmo scambiarci di posto più spesso. Se un re viene visto assumersi il fardello del più povero degli uomini, forse ci saranno coloro che lo aiuteranno col suo, così invisibile eppure cosi scoraggiante. [5]
  • Nel venire sono passato accanto a una curiosa pila di pietre, di un tipo che ho trovato notevole. Lo scisto fratturato era stato eroso dalle altempeste, soffiato contro una pietra di natura più durevole. Questa pila di strati sottili era stata impilata da qualche mano mortale. Ma nessun uomo aveva impilato quelle pietre. Per precarie che sembrassero, erano in realtà assai solide, una formazione di strati una volta sepolti e ora esposti all’aria aperta. Mi domandai come fosse possibile che rimanessero in un cumulo tanto ordinato, con la furia delle tempeste a soffiare contro di esse. Presto ne accertai la vera natura. Scoprii che la forza da una direzione le spingeva le une contro le altre e contro la roccia dietro. Nessuna quantità di pressione che potessi produrre in quella maniera le faceva spostare. Eppure, quando rimossi una pietra dal fondo – tirandola fuori invece che spingendola dentro – l’intera formazione crollò come una valanga in miniatura. [6]
  • Camminai da Abamabar a Urithiru. In questo, la metafora e l'esperienza sono una cosa sola, per me inseparabili come la mia mente e il mio ricordo. Uno contiene l'altro, e anche se posso spiegarvene uno, l'altro è soltanto per me. Percorsi questa strada introspettiva per conto mio, non volendo nessun attendente. Non avevo destriero oltre ai miei sandali logori, nessun compagno a parte un robusto bastone che offrisse una conversazione con ogni suo tonfo contro la pietra. La mia bocca sarebbe stata il mio borsellino; non la riempii di gemme, ma di canzoni. Quando cantare per procurarmi un pasto non funzionava, le mie braccia lavoravano bene per ripulire un pavimento o un recinto di suini, e spesso mi fruttavano una ricompensa soddisfacente. I miei cari si spaventarono per la mia sicurezza e, forse, per la mia sanità mentale. I re, spiegarono, non camminavano come mendicanti per centinaia di miglia. La mia risposta fu che se un mendicante riusciva in un’impresa del genere, perché non un re? Mi ritenevano forse meno capace di un mendicante? A volte penso di esserlo. Il mendicante sa molte cose che il re può solo ipotizzare. Eppure chi redige i codici per le ordinanze sull'accattonaggio? Spesso mi domando cosa la mia esperienza di vita - la mia vita facile dopo la Desolazione e il mio attuale livello di benessere - mi abbia dato come vera esperienza da usare nel compilare leggi. Se dovessimo affidarci a quello che sappiamo, i re sarebbero utili solo per creare leggi sulla giusta temperatura per un tè e su come imbottire un trono. A ogni modo, ho compiuto il viaggio e - come il sagace lettore avrà già concluso - sono sopravvissuto. Le storie delle sue emozioni macchieranno una pagina diversa in questa narrazione, poiché prima devo spiegare il mio proposito nel percorrere questo strano sentiero. Anche se ero davvero disposto a lasciare che la mia famiglia mi ritenesse pazzo, io non volevo lasciare il mio cognome ai venti della storia. La mia famiglia viaggiò a Urithiru col metodo diretto, e mi stava attendendo da settimane quando arrivai. Non fui riconosciuto al cancello, poiché la mia criniera era diventata piuttosto folta senza un rasoio a domarla. Una volta rivelatomi, fui portato via, agghindato, nutrito, accudito e rimproverato precisamente in quell'ordine. Solo dopo che tutto questo fu finito mi venne finalmente chiesto il proposito del mio viaggio. Non avrei potuto semplicemente prendere la strada facile e comune per la città sacra? Come risposta mi tolsi i sandali e mostrai i miei piedi callosi. Stavano molto comodi sopra il tavolo accanto al mio vassoio d'uva mezzo consumato. A questo punto, le espressioni dei miei compagni proclamarono che mi credevano pazzo, perciò spiegai raccontando le storie del mio viaggio. Una dopo l'altra, come sacchi di talleo impilati, messi in magazzino per la stagione invernale. Presto ne avrei fatto del panpiatto, poi le avrei riposte tra queste pagine. Sì, avrei potuto viaggiare rapidamente. Ma tutti gli uomini hanno la stessa destinazione ultima. Che troviamo la nostra fine in un sepolcro consacrato o in una fossa comune, tutti tranne gli Araldi stessi devono cenare con la Guardiana della Notte. E così, la destinazione ha importanza? O ce l'ha il sentiero che prendiamo? Io dichiaro che nessun risultato ha la stessa importanza della strada usata per raggiungerlo. Noi non siamo creature di destinazioni. È il viaggio che ci forma. I nostri piedi callosi, le nostre schiene forti per aver portato il peso dei nostri viaggi, i nostri occhi aperti con la gioia recente di esperienze vissute. In definitiva, devo affermare che non si può ottenere nessun bene tramite falsi mezzi. Poiché la sostanza della nostra esistenza non sta in quello che si realizza, ma nel metodo. Il Monarca deve comprendere questo: non deve concentrarsi così tanto su ciò che desidera realizzare fino al punto di distogliere lo sguardo dal sentiero che deve percorrere per arrivarci. [2]
    – Ottava parabola della Via dei Re[7]
  • Ero immobile nella camera buia del monastero. I suoi lontani recessi dipinti con pozze di nero dove la luce non arrivava. Io sedevo per terra, pensando a quel buio, quell'Invisibile. Non potevo sapere per certo cosa fosse nascosto in quella notte. Sospettavo che ci fossero delle pareti, spesse e solide, ma come potevo saperlo senza vedere? Quando tutto era nascosto, in cosa poteva confidare un uomo come Vero? Fiamme di candela. Una dozzina di candele bruciavano fino a estinguersi sullo scaffale davanti a me. Ciascuno dei miei respiri le faceva tremolare. Per loro ero una bestia enorme, che spaventava e distruggeva. Eppure, se mi fossi avventurato troppo vicino, esse avrebbero potuto distruggere me. Il mio respiro invisibile, le pulsazioni di vita che fluivano dentro e fuori, potevano porre fine a esse liberamente, mentre le mie dita non potevano fare lo stesso senza essere ripagate con dolore. Compresi in un momento di immobilità. Le fiamme di quelle candele erano come le vite degli uomini. Così fragili. Così letali. Lasciate sole, illuminavano e riscaldavano. Lasciate a dilagare, avrebbero distrutto le stesse cose che erano fatte per illuminare. Falò germinali, ciascuno che portava in sé un seme di distruzione così potente da rovesciare città e gettare re in ginocchio. Negli anni successivi, la mia mente sarebbe tornata a quella sera calma e silenziosa, quando avevo fissato quelle file di luci viventi. E avrei capito. Ricevere lealtà è essere infusi come una gemma, vedersi accordato lo spaventoso permesso di distruggere non solo sé stessi, ma tutto ciò che ci è affidato. [3]


Fonti Modifica

  1. 1,0 1,1 La Via dei Re, capitolo 26
  2. 2,0 2,1 La Via dei Re, capitolo 58
  3. 3,0 3,1 La Via dei Re, capitolo 28
  4. Parole di Luce, capitolo 67
  5. La Via dei Re, capitolo 15
  6. Parole di Luce, capitolo 38
  7. La Via dei Re, capitolo 34

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